Colonnara e il Cuprese nel tempo e nell'anima


Era il 1959 quando un pugno di viticoltori marchigiani fondano la cantina sociale di Cupramontana che solo nel 1985, dopo una rapida fase di crescita ed ampliamento commerciale, cambia ragione sociale per diventare “Colonnara, società cooperativa agricola a responsabilità limitata”, nome già da tempo utilizzato come marchio per il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc classico e per lo spumante brut.
Oggi, Colonnara è una grande azienda di territorio che vanta circa 110 soci conferitori con circa 120 ettari di vigneto che, gradualmente, si sta riconvertendo al biologico. Piccolissimi appezzamenti, caratterizzati da diverse esposizioni e terroir, che rappresentano un grande patrimonio per la cooperativa.

Ogni appassionato di buon vino, così come ho fatto io, dovrebbe passare almeno una giornata in Colonnara perché solo in quel modo si è in grado di capire come una società dai grandi numeri possa avere un carattere così familiare e, per certi versi, artigianale.
Le grandi dimensioni e la conseguente tecnologia, infatti, da queste parti non sono caratteri in antitesi al concetto di territorialità, tradizione e manualità, termini che ritrovo ogni qual volta giro per la cantina di invecchiamento dove, tra barrique e pupitre con spumanti che effettuano ancora il remuage a mano, si possono ancora scovare in qualche angolo buio vecchie annate di Ubaldo Rosi, straordinario metodo classico a base verdicchio e, soprattutto, del vino che ha fatto e farà la storia dell’enologia italiana: il Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore CUPRESE.

Spumante in affinamento

Questo grande bianco italiano proviene da una selezione di uve dei migliori vigneti dei soci dei territori di Cupramontana, Maiolati Spontini e Staffolo, posti su terreni composti da marne argillose e, subordinatamente, di marne e calcari marnosi biancastri finemente detritici. 
Una vinificazione senza troppi fronzoli, in acciaio, e un imbottigliamento la primavera successiva la vendemmia, tranne eccezioni, concludono il processo di produzione del “nostro” verdicchio del quale voglio conoscere storia, anima e potenzialità. Sono a Cupramontana essenzialmente per questo.

Con Massimiliano Latini, giovane e dinamico presidente della cooperativa, Daniela Sorana, responsabile vendite e l’agronomo Agostino Pisani, che ringrazio per il tour tra i vigneti dei soci, approntiamo una mini verticale di Cuprese, quattro annate. Da queste parti mi dicono che non servono molte bottiglie per capire di che stoffa è fatto.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Cuprese 2011: giovanissimo, appena versato si presenta con note molto acerbe di frutta a polpa bianca come la mela e la pera, agrumi, mandorla, mineralità gessosa. In bocca è coerente col naso, ampio, tipico e senza alcun eccesso di struttura. Finale amarognolo anch’esso coerente con la tipologia. Promette benissimo.


Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Cuprese 2001: torniamo indietro di dieci anni. Il colore del verdicchio diventa leggermente più dorato, gli aromi mutano, si arrichiscono di sfumature, diventano aristocratici. Inizialmente il Cuprese sfoggia un corredo aromatico salmastro, salino, per poi mutare in note più armoniose di miele di acacia, mela cotogna, biancospino. Lasciato respirare il Verdicchio cambia ancora, diventa minerale, sa di pietra focaia, agrumi canditi. In bocca, poi, è uno spettacolo, la solare morbidezza del vino arriva fino a centro bocca per poi modificarsi e diventare inaspettatamente acido, minerale, salato e progressivo. Una PAI interminabile.  


Verdicchio dei Castelli di Jesi Doc Classico Superiore Cuprese 1991: la macchina del tempo capitanata dallo staff di Colonnara ci porta indietro di un’altra decade…ma non sembra. Questo ’91, rispetto al 2001, ha un colore meno evoluto e, appena messo il naso nel bicchiere, direi non solo il colore. Ancora una volta, inizialmente, il vino si apre su note salmastre, saline, per poi aprirsi su intensi effluvi di polline, cera, mallo di noce a cui seguono, col tempo e l’ossigenazione, sentori di spiccata mineralità ed erbe. Alla gustativa il vino è incredibilmente fresco, giovane, non c’è la morbidezza del 2001 ma solo progressione salina che attraversa struttura che, come un mosaico, piazza i suoi tasselli a 360° all’interno del palato. Un vino immenso, un capolavoro di cui non solo Colonnara ma tutta l’Italia dovrebbe essere fiera. Francesi? Prrrrrrrrrrrr

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