Stefano Milanesi – “Fleadh” Rosè Extra-Brut 2010 è il Vino della settimana di Garantito IGP

Di Andrea Petrini

L’eno-artigiano Milanesi interpreta magistralmente il terroir dell’Oltrepò Pavese con questo metodo classico ottenuto da pinot nero in purezza che si fa apprezzare per purezza, complessità e profondità. 


Questa bottiglia è stata sboccata nel 2016 e non prevede alcuna aggiunta di liqueur d’expedition. Dal 2014 si chiamerà Vesna Rosè.


Az. Agr. Milanesi Stefano:
Santa Giulietta (PV), frazione di Castello
Tel. e Fax 0383801960
E-mail: milanesi.stefano@inwind.it
Sito web: www.stefanomilanesi.it

Conte Vistarino, tutto il buono dell’Oltrepò Pavese - Garantito IGP

"Non è facile puntare su vini di qualità in Oltrepò Pavese ma mi sono messa in testa di provarci e, nonostante tutte le difficoltà, sono sicura che prima o poi questo territorio emergerà".

L'Oltrepò Pavese

Ottavia Giorgi Vimercati di Vistarino 
è caparbia e decisa quando mi ripete queste parole non prive di una certa amarezza visto che la ferita relativa al sabotaggio della sua cantina, con circa 5.300 Hl di pinot nero sversati di notte da "ignoti", è ancora fresca e difficilmente rimarginabile anche in virtù del recente scandalo della cantina Terre d'Oltrepò che ha portato al rinvio a giudizio per 16 persone che accusate di aver messo in atto una truffa per produrre e vendere falso pinot grigio.

Ottavia Giorgi Vimercarti di Vistarino

Questa immagine, non certo idilliaca, si scontra invece con un paesaggio vitivinicolo di rara bellezza, incastonato nel sud/ovest della Lombardia, che con la sua forma a grappolo d’uva lambisce altre tre Regioni: Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna.

In questo territorio di confine il nome Giorgi di Vistarino è da oltre 300 anni legato al piccolo comune di Rocca de' Giorgi (Alto Oltrepò) dove, a metà '800, il Conte Augusto Giorgi di Vistarino cominciò ad impiantare barbatelle di pinot nero convinto che queste zone, secondo lui molto simili nel terroir alla sua amata Francia, siano un habitat perfetto per questo vitigno le cui potenzialità cominciarono ad essere apprezzate già nel 1865 quando il  Conte Vistarino, insieme all’amico Carlo Gancia, produssero con questa uva il primo Spumante Secco italiano. Negli anni successivi, grazie anche alla lungimiranza di Carlo Giorgi di Vistarino, si è proseguito lungo questa strada ampliando la superficie vitata al fine di dedicare l’azienda alla produzione di basi Champenois di alta qualità in sintonia con l’evoluzione economica della zona che, negli anni sessanta, era prediletta dalle grandi aziende spumantistiche italiane (le così dette “sorelle piemontesi” tra cui Gancia, Martini, Cinzano, Contatto Riccadonna…).  Un’attività che decretò il Pinot Nero di Rocca de' Giorgi il più rinomato del territorio.


"Agli inizi degli anni duemila, quando sono entrata in azienda, Conte Vistarino era leader nella produzione di vini sfusi e, nonostante la grande qualità delle nostre uve, mio padre non ha mai voluto "mettersi in proprio" in quanto, da grande signore com'è, non ha mai cercato di fare concorrenza ai nostri clienti. Con la crisi che stava subendo in quel periodo l'attività spumantistica dell'Oltrepò mi sono detta: perchè non cominciare a produrre finalemente il nostro vino?"

Vigneti
Ottavia mi parla della storia della sua azienda mentre ci troviamo sulla collina più alta della sua Tenuta che conta oggi 826 ettari di cui 200 destinati a vigneto. In questo ambito il pinot nero è il vigneto principale presente con oltre una decina di cloni diversi ed è coltivato su circa 120 ettari con una densità minima di 5000 piante/ha. Il 50% di questi vigneti è rivolto alla vinificazione in bianco ed il restante 50% a quella in rosso. Altri vitigni storici presenti sono: pinot grigio (28 ha), riesling italico (16 ha), chardonnay (15.5 ha), croatina (12 ha), riesling renano (10 ha), moscato (7 ha) e barbera (6 ha) oltre che cabernet sauvignon, vespolina e uva rara. 

I terreni sono caratterizzati da marne argillose e si presentano prevalentemente calcarei (circa il 50% della composizione dei suoli) con percentuali variabili di argilla, sabbia e limo. Conte Vistarino conduce tutti i vigneti secondo un’agricoltura integrata a basso impatto ambientale al fine ottimizzare le caratteristiche naturali di ogni parcella. “In generale - continua Ottavia - preferiamo utilizzare concimi organici, compreso compost urbano certificato e, quando proprio è necessario un ulteriore supporto, viene somministrato in dosi minime e per via fogliare per non disperdere nel terreno nessuna sostanza superflua”. 

Villa Fornace

Accanto a Villa Fornace, la residenza di famiglia, sta nascendo la nuova cantina (la direzione tecnica è affidata a Beppe Caviola) con la quale si cercherà di migliorare ulteriormente i vini della azienda dove, come facilmente desumibile, il Pinot Nero, sia fermo che mosso, farà la parte del leone accanto ad interessanti interpretazioni di Riesling Renano, Pinot Grigio, Bonarda fino ad arrivare ai tipici Buttafuoco e Sangue di Giuda DOC.

Durante la mia visita in Oltrepò Pavese con Ottavia ci siamo soffermati quasi esclusivamente a degustare i suoi spumanti Metodo Classico assieme ai tre Cru di Pinot Nero fermo ovvero Pernice, Bertone e Tavernetto.

Il Brut Cépage, cuvée di pinot nero (65%) chardonnay (30%) e riesling italico(5%) che affina almeno 30 mesi sui lieviti, è uno spumante metodo classico che unisce struttura e definizione aromatica per dar vita ad un prodotto molto agile e gradevole soprattutto come aperitivo.


Col "Saignée della Rocca" Cruasé Oltrepò Pavese DOCG, pinot nero in purezza, saliamo decisamente di gradino e il suo colore, rosa pallido ottenuto con breve macerazione sulle bucce, non deve confondervi visto che questo spumante incanta per eleganza, sapidità e lunghezza gustativa e, sono sicuro, alla cieca se la giocherebbe con molti champagne blasonati.


Un altro gradino più su troviamo il 1865, il metodo classico portabandiera dell'azienda ottenuto da pinot nero in purezza, che affina almeno 64 mesi sui lieviti prima di essere sboccato. Al naso si evidenzia subito l'X Factor di questo spumante caratterizzato da vellutato perlage, da un olfatto complesso di agrumi, fiori e frutta a polpa bianca a cui segue un approccio gustativo articolato ed impegnato dove, ad  un primo abbrivio agrumato, segue un centro bocca sapido e succulento che sfuma, interminabile, in mille ritorni fruttati e minerali che richiamano continuamente la beva. Grande vino!

Per quanto riguarda il Pinot Nero, come già detto, Conte Vistarino produce tre vini da tre cru ovvero Tavernetto, Bertone e Pernice.

Il Tavernetto, Pinot Nero IGT Provincia di Pavia, nasce in un omonimo vigneto di 1,7 ettari, posto a 350 metri s.l.m., esposto a Sud-Sud/est con viti di 15 anni di età circa.  Con Ottavia abbiamo degustato l'annata 2013 che esprime gioventù e fragranza fruttata assieme ad una beva equilibrata e mai stancante.


Il Bertone, Pinot Nero IGT Provincia di Pavia 2013, prende il nome da una parcella di pinot nero di 12 anni di età di 1,5 ettari situata a 400 metri di altitudine proprio sopra a Villa Fornace. Questo appezzamento, isolato dalla boscaglia circostante, è dotato un microclima particolare caratterizzata da una piovosità anche del 30-40% più bassa rispetto alla media della proprietà, portando quindi le piante ad un minor vigore vegetativo e ed un leggero anticipo di maturazione. Rispetto al precedente il vino risulta più scuro, austero, ma con una maggiore raffinatezza al palato grazie ad una trama tannica calibratissima ed un finale succoso e fruttato.


Il Pernice, Pinot Nero IGT Provincia di Pavia, da sempre rimane il Cru più importante dell'azienda e deriva da vigne, reimpiantate nel 1995 a circa 400 metri di altezza, che si estendono per 3,5 ettari su terreno tendenzialmente calcareo (52%) con la presenza di argilla, sabbia e pietrisco. L'annata 2013 del Pernice, nonostante sia ancora un vino in grande evoluzione, già oggi esprime "tanta roba" grazie ad una complessità olfattiva di rara eleganza per un pinot nero italiano a cui segue una trama gustativo dove il tannino aristocratico si confonde egregiamente con l'avvolgenza del frutto e i suoi esemplari ricordi balsamici. 

C'è speranza, tanta speranza, in Oltrepò Pavese!

Il San Giorgio di Lungarotti ovvero il primo Superumbrian del vino italiano

Il San Giorgio di Lungarotti, tra i mille esempi che si potevano fare, rappresenta senza dubbio lo specchio delle tendenze del mondo del vino italiano negli ultimi 25/30 anni del secolo scorso dove la ricerca di colore, struttura e "centesimi Parkeriani" sembrava decisamente più importante rispetto al concetto di territorialità che proprio in quel periodo è stato messo a dura prova anche grazie al successo dei c.d Supertuscan i quali, grazie all'ausilio di vitigni internazionali come merlot e cabernet sauvignon, garantivano un facile successo, mediatico e commerciale, grazie al perseguimento degli obiettivi di cui sopra.

Giorgio Lungarotti - Foto: http://www.pubblicitaitalia.com

Giorgio Lungarotti, classe 1920 e solide radici a Torgiano (PG), era talmente lungimirante che già nel 1974 aveva pensato alla creazione di un "Superumbrian" a base di sangiovese, canaiolo e cabernet sauvignon che nel 1977 fu introdotto nel mercato col nome di San Giorgio a ricordo della tradizionale festa umbra in onore del Santo durante la quale, ancora oggi, vengono accesi falò propiziatori nelle vigne con gli scarti della potatura. 

Il protocollo di vinificazione ed affinamento del San Giorgio seguiva quello dei suoi (blasonati) colleghi toscani: fermentazione in vasche d'acciaio, lunghe macerazioni sulle bucce, utilizzo di barrique nuove per per un anno e successivo riposo del vino in bottiglia per circa 36 mesi prima di essere commercializzato.


La verticale storica di San Giorgio organizzata a Roma poco tempo fa con alcuni amici mi ha fatto brutalmente comprendere passato, presente e futuro di questo vino la cui evoluzione temporale, come già detto, farà riflettere portando il discorso a livelli più alti e generali. Tutte le considerazioni finali al termine del post.

Lungarotti - San Giorgio 1985: l'uvaggio del vino, anche se non ho informazioni precise, prevede una prevalenza del sangiovese sul cabernet la quale risulta abbastanza palese al naso che offre sensazioni di fiori rossi disidratati, rabarbaro, ribes e soffi di tabacco e macchia mediterranea. Sorso morbido, soffice come un cuscino ed intenso come la luce di un mattino di primavera.



Lungarotti - San Giorgio 1986: rispetto al precedente ha un corredo aromatico più deciso dove fanno capolino, oltre alla parte floreale e fruttata, anche tutta una serie di sensazioni di cannella, noce moscata e tabacco da pipa. Al gusto è intenso, ancora dirompente e graffiante. Un fuoriclasse per gli anni che ha.



Lungarotti - San Giorgio 1987: l'annata non si ricorderà in Italia come una delle migliori ed infatti questa versione di San Giorgio risulta abbastanza anonima sia al naso che, soprattutto, al sorso che pur essendo dotato di un tannino ancora graffiante risulta troppo diluito e dalla scarsa persistenza.



Lungarotti - San Giorgio 1988 (50% cabernet sauvignon, 40% sangiovese e 10% canaiolo nero): non ho certezze ma, a partire da questo millesimo, si percepisce un primo cambiamento caratteriale del vino che sembra passare dalla fase adolescenziale a quella più "adulta" e matura. Questo 1988, infatti, è meno aperto e gioviale rispetto ai precedenti per via di una contrazione olfattiva abbastanza spiccata dove cominciano ad emergere sensazioni "nere" di frutta e spezie. Sorso sapido, rotondo e dotato di scia speziata.



Lungarotti - San Giorgio 1990: i colori del vino cominciano a farsi più intensi e decisi così come il corredo olfattivo che si fa austero, regale e dotato di eleganti profumi di cannella, liquirizia, eucalipto, ribes e tabacco. Avvolgente e di bella struttura, gioca la sua carta migliore sul finissimo equilibrio gustativo dotato di lunghissima scia sapida, quasi di cenere vulcanica.



Lungarotti - San Giorgio 1993: la mutazione sta prendendo forma e il baco sta diventando farfalla (o viceversa?). Nonostante un'annata non proprio esaltante il vino rimane inchiodato su se stesso e i suoi profumi somigliano a quelli di tanti tagli bordolesi italiani. Offre note di ribes, spezie scure, macchia mediterranea e liquirizia mentre, bevendolo, è pressoché impossibile non accorgersi dell'austero rigore del vino dotato di tanta morbidezza e fitto tannino. 



Lungarotti - San Giorgio 1995: quando senti che la parte aromatica del vino è dominata dal vegetale sparato dal cabernet sauvignon capisci che il gioco è fatto e non si può tornare indietro. E' come ritornare a casa e trovare tua moglie a letto con l'amante. Come risolvere la situazione? Divorzio consensuale?



Lungarotti - San Giorgio 1997: decisamente consistente nella struttura e nel colore è ormai un vino dal facile impatto, più popolare che aristocratico, grazie alle note aromatiche dove la frutta nera (amarena), le spezie, il tabacco e il cioccolato al latte giocano un ruolo di assoluta supremazia. Sangiovese non pervenuto. In bocca è morbido, spregiudicato ma, alla fine, abbastanza prevedibile.



Lungarotti - San Giorgio 2000: riecco il vegetale, riecco il cabernet che di nuovo segna il vino in maniera decisa dotandolo di un'anima troppo monocorde e scontata per essere apprezzata dal sottoscritto. Al sorso, alla cieca, lo scambierei forse per un bel Bordeaux. Gli ho fatto un complimento? 



Lungarotti - San Giorgio 2001: e quando meno te lo aspetti ecco che il santo, complice una grandissima annata, ti fa lo scherzetto regalandoti un vino di bellissima luminosità sia nel colore che, soprattutto, al naso dove ritorna finalmente terso, vivace, dotato di frutta rossa croccante, viola, rosa, erbe di montagna e lavanda. Al gusto il sangiovese torna padrone con una bocca vibrante attraversata da una costante spina acida ed avvolgente sapidità. Ma quanto mi piace?!



Al termine della verticale non posso non tirare le conclusioni su questo vino che, lo premetto, sono assolutamente in sintonia con quanto già scritto dal mio amico Jacopo Cossater su Enoiche Illusioni di qualche anno fa: il San Giorgio è esattamente la risposta umbra che Giorgio Lungarotti cercava al fine di contrastare lo strapotere dei Supertuscan. Il risultato, a distanza di anni, è stato centrato: questo taglio bordolese è diventato un vino dal forte respiro internazionale, elegante e di impatto immediato ma dell'Umbria, tranne forse i primi anni di produzione dove il sangiovese era preminente, non c'è traccia. 



A chi cerca Torgiano nel bicchiere consiglio di bere un vecchio Vigna Monticchio di Lungarotti. Vecchio ho detto perchè anche là.......

Borgogno - Barolo Riserva 1967 è il Vino della settimana di Garantito IGP

di Angelo Peretti

Avete presente quando nei libri sulla degustazione dei vini si parla di goudron? È l’odore di catrame che accade di trovare in certi rossi invecchiati. Qui c’era, l’asfalto, ma con delicatezza, com’era acquarellato il sentore di fruttino e di cacao e menta e origano. Persino la presenza tannica era misurata.


Tenuta di Ghizzano: quando un rosso chiede lenta pazienza al bevitore - Garantito IGP

di Angelo Peretti

Certi vini, in genere grandi vini, vogliono l’esercizio della pazienza. Sono pronti quando vogliono loro, non quando pretendi tu. Prima sono ritrosi a concedersi, si chiudono, sussurrano appena, quando non si tratta perfino d’un mugugno. Sta a te capire che sotto quel broncio un giorno ci sarà un sorriso. 

Per dimostrarlo, per scoprirlo, devi usare la pazienza, che può durare mesi, anni, decenni anche, talvolta.Penso a certi Bordeaux, che acquisti giovinetti e poi lasci al buio della cantina finché sono maturi. Oppure a talune bottiglie del Barolo, che subito s’arroccano dietro al tannino, e ci vuol tempo perché lascino campo liberamente al frutto, al fiore, alla spezia. 

Ancora, i rossi spagnoli della Rioja o della Ribera del Duero, che addirittura vengono imbottigliati non con la sequenza esatta delle annate, ma con quella della maturità del vino. Fino ad alcuni fra i più spettacolari cru della Borgogna, che restano scontrosi e ostici e introversi per così tanto tempo.


Anche dalle mie parti, nel Veronese, c’è un’uva che porta inesorabilmente i suoi vini alla riduzione, durante le fasi dell’affinamento in botte o in cisterna o anche in bottiglia. È la corvina, madre dei rossi della Valpolicella e del Bardolino.

Sono tutti rossi per i quali è richiesta rispettosa lentezza, seppur di varia ampiezza. Diceva Reinhold Messner: “Non bisogna andare veloci in montagna. In questi luoghi comanda la lentezza”. Con certi vini è uguale.

Tra le ultime bottiglie che mi hanno richiesto l’uso della pazienza ce n’è una toscana, quella del Veneroso, un rosso ora della denominazione delle Terre di Pisa. Lo fa la Tenuta di Ghizzano. Prevalenza del sangiovese con un tocco di cabernet sauvignon.

Stappai qualche mese fa il 2013, da poco imbottigliato. Non l’avevo mai avuto prima nel bicchiere, né quell’annata, né altre. Per me era un vino sconosciuto.
Verde, rusticamente verde, così mi si presentò all’olfatto. Anche al palato era sgarbatamente crudo, e il tannino era allappante. Però sotto sentivo come fremere il frutto, seppure in quel momento celato.

Decisi di attendere, lasciando la bottiglia aperta, senza tappo, perché s’accelerasse la maturazione, e riassaggiai giorno per giorno. Dopo sei giorni il vino s’era completamente concesso nella sua eleganza fruttata, nella sua trama salmastra e officinale.

Ecco, questa è la prova che si tratta d’un vino che vuole la pazienza, e che dunque va preso e messo nella cantina e atteso, a lungo, finché non decide che è l’ora del concedersi in pienezza, e che pertanto è un gran vino.


Del Veneroso del 2013 ho avuto occasione di stapparne un’altra bottiglia due mesi dopo, insieme alle due annate che l’hanno preceduto. Se fossimo alla risoluzione d’un teorema nei vecchi licei d’un tempo, scriveremmo c.v.d., come volevasi dimostrare.
“Da quando è in bottiglia ha delle fasi”, m’ha confermato Ginevra Venerosi Pesciolini, che amministra la Tenuta di Ghizzano. “Nei primi cinque anni di vita – ha aggiunto – il sangiovese ha delle fasi abbastanza importanti”. Come avevo intuito. Come accade per i rossi di carattere.


Ecco le tre annate.

Terre di Pisa Veneroso 2013 Tenuta di Ghizzano

Come lo ricordavo, da subito riottoso e a tratti vegetale, però presto, molto più presto che nella bottiglia che avevo assaggiato due mesi prima, ha preso a comparire il fruttino. “Il 2013 è già abbastanza aperto, rispetto a com’erano in questa fase le annate precedenti”, mi si dice. Ne vorrei qualche bottiglia in cantina. Per me è destinato a una felice maturità. (90/100)

Terre di Pisa Veneroso 2012 Tenuta di Ghizzano

“È un’annata che amo particolarmente”, mi dice Ginevra Venerosi Pesciolini. Posso comprenderla, perché ancora più che nel 2013 il vino vuole l’esercizio della lentezza, e dunque ha lungo destino. Sembra perfino più giovane. “Ora sta tornando indietro come prontezza di beva, ma si sta facendo più complesso”. Vino serio, che crescerà, molto. (92/100)

Toscana Veneroso 2010 Tenuta di Ghizzano
Terra, tanta, ed è più scuro, più denso nella colorazione rispetto agli altri due. Ma nessun appesantimento. La bocca è anzi strepitosa, il frutto avvincente, intriso di spezia e tabacco, il tannino è nervoso, e dunque c’è futuro generoso. Ecco la prova che il tempo gioca la sua parte, che questo vino richiede al bevitore un contributo di pazienza, che viene poi ricompensata. (94/100)

Fattoria Sardi: la passione per i vini rosati arriva dalle colline lucchesi

Non è certo un segreto e nemmeno un'affermazione diffamatoria se scrivo che la maggior parte dei rosati italiani sono prodotti per rispondere a pressanti richieste di marketing al fine completare la gamma dei vini con prodotti "estivi" di costo basso così come la loro qualità. 

Pertanto, potrete capire il mio grande stupore quando, poche settimane fa, mi arriva la mail dalla Fattoria Sardi la quale mi viene presentata dalla famiglia Giustiniani, proprietaria di circa 45 ettari di cui 18 di vigneto gestito in maniera biologica certificata e biodinamica a pochi km da Lucca, come una azienda il cui focus principale è la produzione di vini rosé di qualità dal 2011. 



Urca, non ci posso credere, controllo anche il loro sito internet  e scorrendo vedo questa scritta: Il Rosato e gli altri Vini. Allora è proprio vero, quante sono le aziende vinicole in Italia che si propongono con una messaggio del genere?

L'occasione è troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire per cui, curioso come una scimmia, mi faccio mandare dalla gentile Mina Giustiniani una campionatura (vale come disclaimer vero?) dei loro due vini rosati: il Rosé 2016 e "Le Cicale" 2015.


Il Rosé 2016, IGT Toscana da uve sangiovese, ciliegiolo e piccole quantità di bacche bianche, dal suo colore, rosa pallido, tradisce fin da subito la sua vocazione provenzale che si conferma al naso, sommesso ma al tempo stesso diretto, dove si scorgono rimandi al lampone e ai fiori rossi che ben si esaltano all'interno di un quadro gustativo gradevole, ben bilanciato e, soprattutto, di facile beva. Come aperitivo potrebbe essere sprecato perchè per la sua versatilità potrebbe essere un ottimo jolly per un pranzo estivo magari accompagnato da una succulenta caprese. 


Nota tecnica: le uve sono vendemmiate manualmente. Una buona parte del rosato è ottenuto attraverso macerazioni più o meno lunghe a seconda delle annate, in pressa pneumatica. Una piccola parte è invece ottenuta salassando le vasche destinate a dare vini rossi. Nel caso della macerazione a freddo il succo ottenuto è fermentato a temperatura controllata in contenitori di cemento ed acciaio inox. Nel caso dei salassi il succo è fermentato in legno. In entrambi i casi la sfecciatura del succo è fatta a bassa temperatura e la fermentazione è spontanea attraverso l’aggiunta di pied de cuve nati in vigna. Affinamento su fecce fini per 4 mesi. Chiarificato con bentonite e filtrato. 


Con "Le Cicale" 2015, IGT Toscana da sangiovese e piccole quantità di bacca bianca, è un'altro rosato in stile provenzale ma, rispetto al precedente, saliamo decisamente di vari gradini qualitativi grazie ad un vino straripante di rimandi minerali, fruttati (lampone e fragola) senza tralasciare la purezza e la delicatezza floreale a ricordo di iris e geranio. Rispetto al Rosé 2015 al sorso è più strutturato, gagliardo ma ben dimensionato grazie ad una vivida spinta acido-sapida che fa da tracciante in tutta la fase gustativa regalando una persistenza esemplare per un rosato grazie anche anche un finale salino che stenta a terminare rapidamente. Senza dubbio, almeno fino ad oggi, uno dei migliori rosati italiani degustati quest'anno.


Nota tecnica: le uve sono vendemmiate manualmente. Macerazioni più o meno lunghe a seconda delle annate, in pressa pneumatica. Sfecciatura del succo a bassa temperatura e fermentazione spontanea attraverso l’aggiunta di pied de cuve nati in vigna. La fermentazione e l’affinamento sono svolti in legno su fecce fini. Chiarificato con bentonite e filtrato.


P.s.: di Fattoria Sardi ho bevuto con piacere anche il loro Valle Buia 2016, vino rosso senza solfiti aggiunti da uve sangiovese, colorino e altre varietà a bacca rossa, che ho apprezzato per "crudezza" e lealtà ovvero per il suo essere spoglio di ogni orpello stilistico tanto da farmelo ricordare come un vino eccezionalmente (e finalmente) immedesimato nella sua bellezza contadina.

Friuli Colli Orientali Friulano Doc “Vigneto Storico” 2015 è il Vino della settimana di Garantito IGP

di Lorenzo Colombo

Eleganza, complessità, struttura, freschezza, mineralità, equilibrio.
Tutto questo è il frutto d’un vigneto d’oltre settantacinq’anni d’età, sito a Corno di Rosazzo.
Classica la vinificazione in acciaio.
Quando l’uva e la cura dell’uomo fanno grande un vino.

Alla scoperta de Le Fornacelle a Bolgheri - Garantito IGP

di Lorenzo Colombo
La storia di Fornacelle inizia al termine della seconda Guerra Mondiale.
E’ infatti nel 1945 che, con la riforma agraria, diversi terreni del bolgherese, fin’allora in buona parte di proprietà dei Conti Della Gheraresca, vengono ceduti ai mezzadri che  li avevano coltivati sino a quel momento. Avviene così anche per Giulio Bastioni, mezzadro sin da fine ‘800 e bisnonno di Stefano Billi l’attuale proprietario di Fornacelle, che viene in possesso di poco più di un ettaro e mezzo di terreno in località Fornacelle, tra l’Aurelia e la bolgherese, scelto in alternativa ad una villa sul lungomare di Castagneto Carducci. Arriviamo al 1998, quando Stefano Billi e la moglie Silvia decidono - tra i primi a Bolgheri - di puntare decisamente sulla viticoltura, selezionando i vitigni adatti dopo un lavoro di zonazione.


L’azienda s’allarga ed attualmente opera su quindici ettari in proprietà, otto dei quali a vigneto, due ad oliveto, altrettanti a frutteto ed il rimanente riservato ad ortaggi e seminativi.

I vitigni, per quanto riguarda quelli a bacca nera, sono i classici bolgheresi, ovvero: cabernet sauvignon e franc e merlot, per quanto riguarda quelli a bacca bianca la scelta è un poco diversa rispetto agli altri produttori della zona, dato per scontato il Vermentino, ormai tipico per Bolgheri, troviamo infatti sémillon e fiano. Sia la parte agronomica che quella enologica sono affidate alle mani di Fabrizio Moltard, consulente di diverse aziende, soprattutto toscane.


I vini prodotti sono suddivisi in due diverse linee: “Bolgheri Classica”, che comprende i vini che rispettano il disciplinare della denominazione e “Collezione Artistica”, vini da monovitigno classificati come Igt Toscana, caratterizzati da etichette rappresentanti quadri dell’artista Franco Menicagli. La produzione annua è di circa 50.0000 bottiglie il 40% circa delle quali vengono commercializzate all’estero, soprattutto tra USA, Canada e Giappone.

Durante un incontro con Silvia Menicagli, a Milano, abbiamo avuto l’opportunità di assaggiare quasi tutta la produzione, eccovi quindi le nostra sintetiche impressioni:


“Zizzolo” Bolgheri Doc Vermentino 2016

Il nome si riferisce al vigneto di produzione “Vigna allo Zizzolo”, quest’ultimo è la versione dialettale di giuggiolo. Prodotto con uve Vermentino provenienti da un vigneto sito lungo la Via Bolgherese allevato a Guyot con densità d’impianto di 6.000-8.000 ceppi/ettaro. Sia la vinificazione che l’affinamento avvengono in acciaio. 10.000 circa le bottiglie prodotte annualmente. Il colore è paglierino luminoso, intenso al naso dove presenta note vegetali che rimandano al fieno ed alle erbe officinali. Intenso alla bocca, fresco, agrumato, con sentori di frutta a polpa bianca e decisamente sapido, lunga la sua persistenza.


“Fornacelle Bianco” Igt Toscana 2015

Da uve semillon allevate a Cordone speronato con densità d’impianto di 6.000-8.000 ceppi/ettaro. Sia la fermentazione che l’affinamento (per sei mesi) avvengono in barrique, seguono quindi ulteriori sei mesi di bottiglia prima della commercializzazione. La produzione annua è di circa 3.000 bottiglie. Color giallo paglierino, media l’intensità olfattiva dove si colgono sentori d’erba secca, frutto tropicale ed accenni nocciolati. Fresco e sapido al palato dove ritroviamo il frutto tropicale unito ad accenni minerali, buona la persistenza.


“Zizzolo Rosso” Bolgheri Doc 2015

60% Merlot e 40% Cabernet sauvignon allevati a Cordone speronato con densità di 8.000 ceppi/ettaro. La fermentazione avviene in acciaio e l’affinamento in barrique per otto mesi, ulteriore sosta in bottiglia per analogo periodo. 22.000 le bottiglie prodotte annualmente. Profondo il colore, rubino-violaceo. Ala naso sentori di sottobosco, foglie bagnate e frutto rosso maturo. Fresco alla bocca, sapido, di discreta struttura, con un bel frutto, lungo il fin di bocca piacevolmente amaricante su accenni di liquirizia.


“Guarda Boschi” Bolgheri Superiore 2013

40% Merlot, 30% Cabernet sauvignon e 30% Cabernet franc, allevamento a Cordone speronato con densità di 8.000 ceppi/ettaro. Fermentazione in barrique aperte, affinamento per 15 mesi in barrique e sosta in bottiglia per 18 mesi prima della commercializzazione. 8.000 le bottiglie prodotte annualmente.

Color granato, balsamico al naso, si colgono sentori di legno dolce, leggere note affumicate ed accenni vegetali.Di buona struttura, intenso, elegante, con sentori di tabacco dolce, lunga la persistenza su note di liquirizia.

“Foglio 38” Igt Toscana Cabernet franc 2012

Cabernet franc in purezza, la fermentazione avviene in barrique aperte, affinamento in barrique per 18 mesi , a cui seguono ulteriori 18 mesi di bottiglia prima della messa in commercio. Granato di buona profondità, al naso presenta leggere note vegetali ed accenni balsamici. Elegante, fresco, con un bel frutto, i tannini sono decisi ma ben fusi nell’insieme, buona la sua persistenza.


“Erminia” Igt Toscana Merlot 2011

Merlot in purezza, la fermentazione avviene in barrique aperte, affinamento in barrique per 18 mesi , più ulteriori 18 mesi di bottiglia prima della commercializzazione. Color granato profondo, note surmature al naso, frutto rosso maturo, prugne secche, confettura di marasche e prugne. Di buona struttura ma non massiccio, morbido, con bella trama tannica, spezie dolci e lunga persistenza su sentori di liquirizia.

Siamo sicuri che una Schiava vada bevuta giovane? Il caso della Kellerei Kaltern - Caldaro

Speriamo che dopo aver letto questo post qualcuno di voi cambi idea sulla schiava, vitigno autoctono Sudtirolese, il cui nome troppo spesso trovo accompagnato alla frase "vino da bere giovane". 

Basta fare un giro sul web per capire di cosa sto parlando:



Sia chiaro, chi lo scrive ha le sue buonissime ragioni perché la schiava, in tedesco “Vernatsch”, dal latino vernaculus, ovvero domestico, per anni è stato il vitigno più coltivato in Alto Adige (fino all'80% del totale delle uve prodotte) grazie anche alla sua generosità in termini produttivi in quanto la resa media, garantita dal classico sistema di allevamento a pergola, non scendeva mai al di sotto dei 180\200 quintali per ettaro. 

Uva schiava. Foto: https://www.vinix.com

Vino leggiadro e poco tannico, la Schiava per anni è stato importata in Austria e Germania per il suo basso costo di acquisto mentre in Alto Adige, essendo spesso prodotta per autoconsumo, era da molti considerata una bandiera di spensieratezza ed understatement che veniva abbinata con la classica merenda sudtirolese a base di speck, formaggi dolci e pane nero. Questa popolarità ha di fatto tolto ogni dignità a questo vino tanto che la schiava, complice la richiesta di altre tipologie di maggiore qualità, è diventata col tempo un'uva quasi da dimenticare tanto che la sua presenza nel territorio si è ridotta drasticamente fino ad arrivare al 16-17% del totale dei vigneti.

Fortunatamente negli ultimi anni questo vitigno dalle grande potenzialità, se e solo se coltivato e vinificato secondo criteri qualitativi, è stato riscoperto e valorizzato da alcune cantine altoatesine operanti nelle migliori zone di produzione ovvero all'interno degli areali dell'Alto Adige Lago di Caldaro DOCAlto Adige Meranese DOC Alto Adige Santa Maddalena DOC

Lago di Caldaro e viticoltura

Per cercare di dare una nuova luce alla schiava partirei proprio dal Lago di Caldaro (Kalterer See in tedesco) che fu uno dei primi areali in cui le aziende vitivinicole presero atto di questa problematica la cui soluzione doveva prevedere interventi immediati e di grande impatto come, ad esempio, la progressiva riduzione della resa per ettaro che passò dai 200 quintali per ettaro agli odierni 75.

Wine center della Cantina

In questo contesto un ruolo fondamentale l'ha giocato e lo gioca tuttora la Cantina di Caldaro (Kellerei Kaltern - Caldaro), fondata tra il 1906 e il 1908, che oggi rappresenta una importante e qualitativa realtà cooperativa che rappresenta circa 400 soci che nel territorio lavorano una superficie vitata complessiva di 300 ettari e producono vini cristallini e puri, dallo scheletro minerale e dal fascino essenziale.

Andrea Moser al centro Tobias Zingerle a dx

Complice un evento romano che ha ospitato Tobias Zingerle e Andrea Moser, rispettivamente CEO ed enologo della Cantina, con alcuni addetti ai lavori ho avuto il piacere e il privilegio di degustare l'annata 2015 del loro Pfarrhof Kalterersee Classico Superiore, selezione di vecchi vigneti di schiava (95%) e lagrein (5%), la cui profondità e complessità gustativa, legata anche ad un affinamento sulle fecce fini per sei mesi in acciaio e grandi botti di legno, fa di questo Kalterersee Classico Superiore un esempio di come la schiava coltivata in grandi terroir possa garantire al consumatore un prodotto dalla mille sfaccettature la cui dignità può essere paragonabile ad altri grandi vini italiani.


Accanto al Pfarrhof, Tobias ed Andrea, rigorosamente alla cieca, avevano inserito per gioco altri tre tipologie di vino che, per presunte affinità cromatiche e/o organolettiche, solitamente vengono paragonate alla Schiava dell'Alto Adige. 


Uno di questi calici conteneva questo liquido dal lucente colore granato la cui complessità aromatica e la finezza gustativa, decisamente sublime, ha conquistato tutta la platea di esperti che, come spesso accade in questi contesti, hanno iniziato a "sparare" le possibili soluzioni all'enigma enoico.

"Sicuramente è un vecchio pinot nero della Borgogna"

"...ma no, è un vecchio Gattinara!"

"Sbagliate, è un Etna Rosso con almeno dieci anni sulle spalle"

"Un sangiovese d'annata no?"

La risposta, che ha lasciato sbigottiti un po' tutti, è stata la seguente:


Grandissimo vino, ad oggi uno dei migliori rossi assaggiati quest'anno.

Vi ho convinto che la Schiava, se prodotta col cuore, può essere anche non bevuta giovane?

"E’ una zona vitivinicola tra le mie preferite per i suoi ottimi vini, aromatici e fruttati [...]. Qui cresce rigogliosa la Schiava, [...] che regala un vino importante e di carattere."

Luigi Veronelli, novembre 2001